Lunedì (17 giugno) sera, leggermente in ritardo rispetto all’orario programmato, si è svolta la cena informale tra i capi di Stato e di governo dei Paesi membri dell’Unione Europea per discutere le future posizioni apicali delle istituzioni europee. Contrariamente a quello che dicono in molti un accordo, sebbene ancora informale – come ovvio visto che la cena era appunto un incontro informale – è stato delineato. Il Consiglio europeo – l’appuntamento formale in cui l’accordo verrà messo nero su bianco – deciderà a maggioranza qualificata e in questo caso il veto non conta, con buona pace di Meloni, Orbán, Kaczyński e di tutti quelli che non fanno parte delle grandi famiglie politiche europeiste che stanno mettendo a punto questo accordo.
Ecco quindi che la narrazione italiana sul veto posto dalla Meloni ad un accordo che non dia all’Italia il posto che merita in seno alle Istituzioni europee è in realtà una narrazione fasulla perché nessuno potrà mettere il veto sulle prossime nomine dal momento che saranno decise e votate a maggioranza qualificata, né potrà imporre il suo peso politico se non trova un accordo con i gruppi politici europeisti, dal PPE ai Verdi, senza dimenticare socialisti e liberali che in questo momento hanno la palla in mano.
Tutto questo ci fa capire come lo spazio politico europeo si stia trasformando in una vera arena politica in cui ci si confronta, ci si scontra, si scende a compromessi, come in qualunque altra vera arena politica. Ed è questo il problema per Giorgia Meloni e per l’Italia in questo momento: la minaccia velata o concreta di ricorrere al veto non funziona, non si può usare né in maniera strumentale né incrociata con i veti di altri governi alleati, occorre partecipare al dibattito e al confronto politico e decidere se partecipare alla maggioranza di governo dell’UE o schierarsi all’opposizione.

